La processione del Cristo Morto è un'antichissima tradizione ripresa nell'800 dalla confraternita dell'Addolorata. Nel suggestivo scenario del centro storico vengono allestite le scene raffiguranti "La Via Dolorosa": la Porta di Gerusalemme, l'Ultima Cena, il Patto del Tradimento, Barabba, l'Orto degli Ulivi, l'Impiccato, il Pretorio, il Rinnegamento di Pietro, la Flagellazione, l'Incontro delle Pie Donne, la Crocifissione, la Richiesta del Corpo, il Sepolcro. Dal Santuario della Villa poi, parte la processione che si snoda lungo le vie del paese, illuminate dalla calda luce di mille fiaccole accese. Il suono cadenzato di un tamburello segnala l'incedere del corteo con i suoi personaggi in costume. Personaggi che impersonano gli appartenenti alle antiche Confraternite di arti e mestieri che dettero origine a tale manifestazione, i personaggi dell'epoca della morte di Cristo, quali gli Apostoli, i soldati e i centurioni romani a cavallo, le pie donne e gli uomini del popolo, i fanciulli vestiti di rosso che portano i simboli della Passione del Cristo e la sindone, le donne che portano gli stendardi raffiguranti i misteri del Rosario. E come vuole la tradizione, un uomo scalzo e incappucciato, la cui identità è a tutti sconosciuta, trascina la croce davanti al cataletto. (Un atto penitenziale di intensa commozione che conferisce alla manifestazione un aspetto ancora più drammatico e sacrale).
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Nel lontano 1926 la Coppa Valle del Metauro portò al consolidamento di una manifestazione di grande richiamo, la
quale acquisì in breve una solida fama anche al di là dei confini provinciali e regionali. Seguirono così altre
bellissime edizioni, con vittorie di grandi campioni come Attilio Serra nel 1927 e Enrico Eboli nel 1928.
La fama della corsa di Saltara accrebbe notevolmente con la preolimpica del 1932 che fece definitivamente entrare
Saltara nell'aristocrazia delle corse nazionali.
Il circuito di Saltara, secondo quanto riferisce anche un giornale dell'epoca, era bellissimo ed era valutato da
tutti come uno dei migliori e le corse vi risultavano sempre molto aspre e dure.
Soprattutto si rivelava arduo e impegnativo il tratto di salita, per tanti anni strada bianca, da Saltara alla Pieve
dei Cartoceto, dove i corridori scollinavano per lanciarsi poi in picchiata nella ripidissima discesa verso Lucrezia.
Le gare ciclistiche ripresero nel secondo dopoguerra precisamente nel 1947, 1948, 1949, 1950.
Quest'ultima gara fu indetta dalla Gazzetta dello Sport e per quella occasione venne a Saltara un campionissimo
dell'anteguerra Costante Girardengo.
Nel 1952 la Coppa Valle del Metauro fu valevole per il Campionato regionale Dilettanti.
Dopo queste prime gare del dopoguerra, il circuito di Saltara ebbe un periodo di vero splendore con le edizioni del
1953 e 1955 che furono di chiara rilevanza nazionale.
In queste gare emerse Bruno Monti il forte corridore laziale che ai quei tempi era l'idolo dei tifosi romani.
Quando in quegli anni c'era la corsa, a Saltara, era una gran festa per tutto il paese, che si animava fin dalla
sera prima, quando arrivavano i corridori più lontani, di solito i più bravi e i principali protagonisti della corsa.
Per passare la notte i corridori venivano ospitati dalle varie famiglie saltaresi.
La consacrazione definitiva arriva negli ultimi decenni nel corso dei quali Saltara ha ospitato una serie incredibile
di prove valide per l'assegnazione della maglia tricolore di campione d'Italia. Tra queste spiccano gli assoluti
del 2003 che hanno visto il trionfo di Paolo Bettini, seguito a ruota da Pippo Pozzato.
Probabilmente ad oggi non esiste al mondo una realtà che possa vantare titoli migliori nel campo delle gare
ciclistiche. Così come non esiste nel panorama agonistico attuale o del recente passato un corridore italiano che,
da professionista o da dilettante, non abbia fatto mulinare le sue due ruote sul celebre circuito lungo 14 km e
200 metri; un circuito che sembra uno spot al paesaggio, selettivo quanto basta per permettere ai migliori di
emergere ma che riserva chances anche ad eventuali outsiders di rango. Senza salite proibitive ma con un'altimetria
che, proiettata su una gara di oltre 200 km, diventa quella di una corsa di montagna.
Ultima tentazione: le corse a tappe. Si inizia con la quinta frazione in linea della Tirreno-Adriatico del
2005 per arrivare alla corsa rosa nel 2006: settima tappa Cesena-Saltara nel Giro d'Italia n° 89. Di questo
passo non c'è dubbio: si va dritti verso il mondiale. E gli ammiccamenti sono in atto già da tempo.
Da "Saltara, il ciclismo e la sua leggenda" di Paolo Piazzini.
Saltara è stata sede di mercati e fiere fino al 1955-60, cioè sino a quando l'attività principale, in tutta la vallata del Metauro, è stata l'agricoltura. Di questo periodo sono da ricordare alcuni momenti di "gloria" saltarese legati al gioco del bracciale e ad alcune manifestazioni come quella della berlingozzara.
Il berlingozzo è un grosso biscotto dagli ingredienti semplici (farina, uova, ammoniaca, limone grattugiato) che richiede però una certa abilità culinaria, per l'impasto, la lessatura e la cottura nel forno. La berlingozzara era per i Saltaresi, inizialmente un appuntamento di mezza quaresima, successivamente estivo. L'appuntamento era in piazza e, per l'occasione pullulava di curiosi, giunti dai paesi vicini per ammirare la piazza stessa, ornata da tanti cestini di vimini, ricolmi di berlingozzi. I cestini pendevano da numerosi fili che attraversavano la piazza in ampiezza. Grande curiosità suscitava la sfilata dei "carri", tre in particolare: il carro che rappresentava l'Italia, il carro della berlingozzara e infine il carro del vino. Sui carri, le ragazze indossavano sottane a fiori, arricciate in vita e una camicetta bianca con maniche corte, a sbuffo, stretta in vita da un busto. Il giorno della manifestazione, durante il pomeriggio, i carri sfilavano in piazza e le ragazze, sui carri, intonavano "O Berlingozzara bella..." e lanciavano in mezzo alla folla festante, i berlingozzi. I berlingozzi piovevano anche dall'alto perché venivano fatto scivolare dai cestini che pendevano sopra la piazza. Erano momenti di grande euforia, così come lo erano quelli che precedevano e seguivano l'elezione di una reginetta fra le ragazze che sfilavano sui carri.
Il gioco del bracciale ha appassionato i saltaresi fin dagli anni trenta. Si disputava fra due squadre che si lanciavano reciprocamente la palla. Il bracciale era costituito da un unico pezzo di legno a forma cilindrinca, ricoperto da punte di legno dette bigoli o becchi. La palla era formata da due parti: una esterna, la corazza, formata da otto spicchi di pelle di vacca cuciti insieme, ed una interna, che non era altro che una camera d'aria. Saltara aveva la sua squadra, la quale si confrontava con quelle di paesi vicini, ma anche con quelle di paesi più lontani come Faenza (Romagna). Quando si giocava "in casa" le partite si disputavano in uno spazio vicino alle mura chiamato "sferistero". La squadra era formata da tre giocatori: il battitore, la spalla, il terzino, più il mandarino. Il battitore partiva dal trampolino (un piccolo piano inclinato) con lo scopo di agevolare la rincorsa, e il mandarino, che gli stava più avanti, gli alzava la palla in modo che potesse colpirla al volo. Aveva così inizio la partita. I giocatori indossavano pantaloncini bianchi alla zuava ed una camicia anch'essa bianca; in vita portavano una fascia colorata; ai piedi calze bianche e scarpe da tennis. Dall'alto delle mura che delimitavano un lato del campo di gioco, i saltaresi seguivano i vari momenti della partita. Il loro entusiasmo raggiungeva il massimo se le sorti volgevano a loro favore.